Shirley Jackson


Paranoia

(Adelphi) pag. 205

2018 2a Ed. Traduzione di Silvia Pareschi

“O ci arrendiamo alla paura o la combattiamo; non possiamo andarle incontro a metà strada”. Per tutta la sua breve vita (è morta nel 1965, a soli quarantotto anni, a causa di un'attacco di cuore) Shirley Jackson ha convissuto con depressione, esaurimenti nervosi, crisi agorafobiche, periodi di apatia e inattività assolute, abusi di alcool, tranquillanti ed anfetamine: eventi, questi, dai quali è comunque sortita una prolifica produzione letteraria di altissimo livello e qualità. Dai suoi libri emergono le paure della società dell’ epoca (paure legate alla guerra, ai campi di concentramento, alle bombe atomiche, ai cambiamenti forse troppo incalzanti e repentini) che la Jackson riesce a trasformare in una scrittura che, anche se è catalogata come “horror”, mette in evidenza dinamiche psicologiche che si possono definire “di tutti i giorni”, che non hanno proprio nulla di soprannaturale. In ogni scritto di Shirley Jackson si può cogliere bene il suo mondo, narrato attraverso una scrittura che trae spunto da una vita non facile, prima con una madre che non ha mai mancato di sottolineare quanto poco fosse desiderata (riferendosi alla figlia come ad un “aborto mancato”), poi con un marito maschilista, egoista e infedele, intrappolata in una vita famigliare che prevedeva la gestione di una casa, quattro figli e un cane. Cio nonostante Shirley Jackson non ha mai smesso di pensare che la scrittura potesse avere il potere di cambiare il corso degli eventi, come racconta lei stessa: “una volta, però, dopo che avevo passato un’intera giornata di pioggia a lottare con lo sportello bloccato del mio vecchio frigorifero, la mia figlia più piccola mi ha chiesto perché non lo aprissi con la magia. Abbandonare il frigorifero e sedermi a scrivere un racconto sullo sportello che si apriva per magia è stato molto più divertente che continuare ad arrabbiarmi e a prenderlo a pugni. […] Il racconto, fra l’altro, mi ha fruttato i soldi per un frigorifero nuovo: sicuramente meglio che cercare di aprire quello vecchio senza magia”. Perché la Jackson nella sua semplicità di casalinga, moglie e madre alle prese con la quotidianità, era fermamente convinta che per scrivere non fosse necessario chiudersi all’interno di una gabbia dorata, ma che lo si potesse fare anche dopo aver fatto la spesa e i lavori di casa, dopo aver cucinato e accompagnato tutti a scuola, dagli amici, al cinema, dal dentista e alle riunioni degli scout. I suoi libri e la nuda semplicità del linguaggio che la Jackson utilizza ne sono una vivida conferma. I suoi figli si sono spesso, a posteriori, ritrovati nei racconti umoristici della madre: a volte apparivano intelligenti e saggi, altre volte sciocchi o dispettosi, ma sempre venivano trattati con rispetto. Shirley Jackson immaginava i suoi lettori come uomini e donne dotati di una certa cultura o almeno di una certa capacità di attenzione, proprio perché riteneva che tra lo scrittore e il lettore dovesse esserci un rapporto di collaborazione in forza del quale l’esperienza del narrare espletata dallo scrittore venisse poi completata dal lettore.

L'incubo di Hill House

(Adelphi) pag. 233

2004 2a Ed. Traduzione di Monica Pareschi

L’incubo di Hill House, forse il suo libro più celebre, è considerata una delle “storie di fantasmi” più importanti del secolo scorso e racconta le vicissitudini del professor John Montague e degli ospiti da lui scelti (per loro supposte abilità psichiche e predisposizione al soprannaturale) per trascorrere tre mesi presso Hill House, “un luogo non adatto agli uomini, né all’amore, né alla speranza”, con l’intento di svolgere un progetto di ricerca che ha la velleità di stabilire qualche contatto degno di rilievo coi fantasmi che lì hanno eletto la propria dimora: Eleanor Vance, Theodora (e basta), Luke Sanderson (nipote della proprietaria di Hill House) e infine, la moglie del professore. A costoro si affiancano, durante il giorno, due inservienti, il signore e la signora Dudley, che tuttavia tengono a precisare di non essere al servizio di nessuno e che abitano a sei chilometri di distanza, per non sentire i rumori che di notte provengono dalla casa infestata. Al regista Mike Flanagan evidentemente piace il genere horror-gotico: infatti, dopo aver diretto "Il gioco di Gerald" (2017), tratto dall’omonimo libro di Stephen King, si è cimentato con la serie (dieci episodi, per Netflix) "Hill House", tratta appunto dal capolavoro scritto nel 1959 dalla Jackso. In concomitanza con la messa in onda della serie "Hill House" Adelphi ha dato alle stampe Paranoia, un’insolita e mirabile raccolta attentamente selezionata di testi di varia sorta della Jackson: quattro racconti inediti carichi di suspense, aneddoti famigliari in forma di “pensamenti autobiografici”, conferenze sull’arte dello scrivere e anche qualche schizzo illustrativo sortito dalla matita della stessa Jackson. Per restare in tema con quell’alone di mistero e di stranezza che ha sempre contraddistinto la vita della Jackson, c’è una storia curiosa e finanche inspiegabile dietro al materiale raccolto in Paranoia: un giorno, a metà anni ’90, quando Laurence Jackson Hyman apre la porta di casa, si trova dinanzi una scatola di cartone anonima contenente numerosi scritti inediti della madre (morta da trent’anni) che non si è mai saputo da dove provenissero…

LAURA DE BERNARDI: ho quarant’anni e, da quando ho cominciato a leggere, non ho mai smesso. Sui miei scaffali trovano posto, uno accanto all’altro, senza darsi troppo fastidio, tra gli altri, Wilkie Collins e Stephen King, Cesare Pavese e Chaim Potok, Philip Pullman e Irvine Welsh, John Steinbeck e Roald Dahl, Jack Kerouac e J.K. Rowling… Scrivo, per lo più di libri e letture, e adoro farlo: amo le parole e attribuire alle stesse la giusta importanza e il peso appropriato.

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