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Peter May

Il sentiero

(Einaudi Stile libero Big) pag. 368

Traduzione di A. Montrucchio

 

A Eilean Mòr (Isole Flannan, Ebridi esterne, Scozia) c’è un faro, ma non è un faro qualsiasi. Prima di tutto perché è stato progettato da Charles Alexander e David Alan Stevenson (rispettivamente cugino di primo e di secondo grado di Robert Louis), due degli esponenti di una famiglia composta per lo più di inventori, ingegneri, progettisti e costruttori di fari; poi perché nel dicembre del 1900, ad un anno dalla sua prima accensione (avvenuta il 7 dicembre 1899), fu teatro di una misteriosa tragedia. Infatti, il 15 dicembre, il capitano di un piroscafo diretto a Leith (Scozia orientale), telegrafò che il faro era spento. Tuttavia, soltanto il 26 dicembre i guardiani del nuovo turno, in ritardo a causa del maltempo, riuscirono a raggiungere l’isola, per scoprire che i loro colleghi James Ducat, Thomas Marshall e Donald McArthur erano scomparsi nel nulla, lasciando i serbatoi di combustibile pieni, viveri ed acqua in abbondanza, le cuccette in ordine. Neal Mclean, temporaneamente stabilitosi a Dune Cottage, Luskentyre, isola di Harris (altra delle Ebridi) sta scrivendo un libro su questa strana vicenda. Forse. In realtà non lo sa (più) nemmeno lui, perché Neal ha perso la memoria e quando si sveglia a faccia in giù su una spiaggia che non conosce, accarezzato da un vento freddo, deve necessariamente inventarsi qualcosa per capire da dove (ri)cominciare. “Forse sono un fantasma. Forse sono morto in un punto imprecisato in mezzo al mare. Qualcosa è successo. Lo so, lo sento. Qualcosa di spaventoso. […] Forse è per questo che non trovo tracce di me.”Nella ricerca di queste tracce Neal viene inizialmente aiutato da Bran, il suo labrador, da un vicino di casa e da alcuni conoscenti, a cui poi si uniranno anche il detective George Gunn e l’adolescente ribelle Karen Fleming. Il sentiero di Peter May si apre con una dedica strana: “alle api”. Eppure questo è un romanzo (“eco thriller” è una definizione alla quale non voglio ricorrere, anche se coniata dall’autorevole «Guardian») che vede le api come protagoniste di rilievo, le quali si incontrano per la prima volta a pagina 50, inquiline di diciotto arnie, “alcune dipinte di arancione, altre di un semplice legno argentato e consumato dalle intemperie”, tutte nascoste in un avvallamento riparato nel bel mezzo di una torbiera attraversata da un sentiero denominato “Via delle Bare”. E sulle api Peter May, senza mai scivolare in discettazioni didatticamente pedanti, ci fornisce tante informazioni interessanti e curiose: l’ape ha un pungiglione dentellato che si aggancia alla pelle, così che quando cerca di volare via si sventra, propriamente si eviscera; le api non ti pungono a meno che non ti considerino una minaccia, però adorano ficcarsi nei posti stretti e bui tipo narici e orecchie; sono così sensibili a identificare gli odori che, se si da loro da mangiare dopo averle esposte all’odore di qualunque sostanza esplosiva, loro la identificheranno col cibo e, se liberate dove si sospetta la presenza di una qualche mina sepolta, ci si raccoglieranno immediatamente intorno. Un alveare ospita sessantamila api o anche più; esistono oltre ventimila diverse specie di api che impollinano settanta delle circa cento varietà di colture che nutrono il mondo. Senza il prezioso lavoro di impollinazione svolto dalle api, non ci sarebbe modo di sostentare l’attuale popolazione umana e animale del pianeta, se non ricorrendo ad un’impollinazione manuale delle piante, impraticabile e impossibile in quanto richiederebbe un’enorme disponibilità di manodopera. Purtroppo, e non si tratta di una fantasia presa in prestito dai romanzi, negli ultimi anni le api stanno morendo molto più in fretta di quanto abbiano mai fatto, ciò in dipendenza dei cambiamenti intervenuti nelle pratiche agricole, della distruzione dell’habitat naturale, dell’aumento di malattie e parassiti, dell’utilizzo di insetticidi chimicamente simili alla nicotina che provocano alterazioni nella loro memoria. Le api moderne, infatti, soffrono di “Dcc”, “Disturbo da collasso della colonia” e svaniscono, lasciano l’alveare per non farvi più ritorno e questa situazione rischia di distruggere il settore dell’apicoltura. Proprio alle api e al loro prezioso ed impareggiabile “lavoro”, all’Expo che si è tenuta a Milano nel 2015, era dedicato il padiglione del Regno Unito (“The Hive”, l’alveare, appunto), strutturato in maniera tale da offrire la possibilità di immedesimarsi nel volo di un’ape partendo da un frutteto, passando attraverso un prato di fiori selvatici fino a raggiungere un gigantesco alveare in alluminio all’interno del quale riscoprirsi piacevolmente circondati e avvolti da effetti audiovisivi ottenuti registrando i suoni reali prodotti dalle api di un alveare di Nottingham (alla “colonna sonora” del progetto hanno collaborato artisti del calibro degli Spiritualized e dei Sigur Ròs). Peter May è nato a Glasgow nel 1951 e attualmente risiede in Francia. Giornalista e autore di innumerevoli serie televisive, ha scritto una quindicina di romanzi, tra cui la “trilogia di Lewis” (L’isola dei cacciatori di uccelli, L’uomo di Lewis, L’uomo degli scacchi), ambientata sull’omonima isola e pubblicata in Italia da Einaudi (come anche Il sentiero). Nei suoi romanzi le ambientazioni incantate della Scozia riescono a coinvolgerci in un vortice narrativo mai scontato né semplice, nel quale si susseguono colpi di scena come fossero le curve di una strada costiera sferzata dall’impeto del mare che infine, dopo l’ennesima svolta, si apre fino a farci scorgere un orizzonte sterminato, magari attraversato dalle tinte delicate di un arcobaleno.

 

 

LAURA DE BERNARDI: ho quarant’anni e, da quando ho cominciato a leggere, non ho mai smesso. Sui miei scaffali trovano posto, uno accanto all’altro, senza darsi troppo fastidio, tra gli altri, Wilkie Collins e Stephen King, Cesare Pavese e Chaim Potok, Philip Pullman e Irvine Welsh, John Steinbeck e Roald Dahl, Jack Kerouac e J.K. Rowling… Scrivo, per lo più di libri e letture, e adoro farlo: amo le parole e attribuire alle stesse la giusta importanza e il peso appropriato.

 

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