Henning Mankell


Stivali di gomma svedesi

( Marsilio) pag.432 euro 19.50

Traduzione di A. Stringhetti, L. Cangemi

Henning Mankell (Stoccolma, 1948-Göteborg, 2015) è, dopo Stieg Larsson, l’autore svedese più tradotto al mondo e deve la propria fama al personaggio di Kurt Wallander, scaturito dalla penna che Mankell ha ripetutamente intinto in un inchiostro “giallo” dalle sfumature “poliziesche” e impersonato sul piccolo schermo da Kenneth Branagh per la BBC. Mankell è un personaggio eccentrico, amante dell’Africa, del mare e del teatro; politicamente schierato, al punto tale che nel 2010 ha preso parte alla “Freedom Flotilla” di attivisti pro-palestinesi nel tentativo di forzare il blocco navale israeliano imposto alla Striscia di Gaza. Il suo ultimo romanzo, Stivali di gomma svedesi, Mankell lo ha scritto nel corso del suo ultimo anno di vita e lo ha fatto con una consapevolezza quasi sconcertante dell’incedere di quella malattia che inevitabilmente lo avrebbe portato alla morte. In questo libro, in una notte d’autunno governata dai gelidi fendenti menati dal vento del nord contro una sperduta isola del Mar Baltico, la casa del medico in pensione Fredrik Welin prende fuoco e l’uomo si ritrova in poche ore con nulla più che cumuli di cenere e macerie e la fibbia di un paio di scarpe realizzate da un artigiano italiano. Dopo questo catastrofico evento, Welin, trasferitosi in una roulotte, si vede costretto al confronto non più procrastinabile con una figlia della cui esistenza è venuto a conoscenza solo in età adulta e con la quale sta cercando, con non pochi sforzi, di intessere un qualche rapporto cordiale nel tentativo di recuperare sentimenti affettuosi che parevano sopiti nei confronti di un parente stretto e che invece, nello stesso tempo, vengono a galla in termini amorosi nei confronti di una donna molto più giovane, Lisa Modin, la giornalista locale incaricata di scrivere dell’incendio (forse doloso) che ha distrutto la casa di Welin. Proprio sulle tracce della figlia Louise il medico settantenne si reca in una Parigi che dimostra di conoscere benissimo fin nelle pieghe più nascoste della propria anima gotica e decadente, e qui sarà raggiunto da Lisa.

Questo romanzo è un testamento che non parla di morte; è un susseguirsi di interrogativi su quella vita che, nonostante tutto, continua anche dopo di noi; è un tentativo di quanto meno intuire il mistero dell’esistenza e della solitudine attraverso il progredire inesorabile della vecchiaia; racchiude in sé una sorta di elegia dell’amicizia e della fiducia che ad essa dovrebbe essere associata; è il riconoscimento dell’esistenza di un peso del tempo che è sempre maggiore ogni giorno che passa.

In un articolo pubblicato sulla stampa in occasione dell’uscita per Marsilio di Stivali di gomma svedesi, Kenneth Branagh, che era diventato amico di Mankell grazie a Kurt Wallander, ha affermato che" la sofferenza non l'aveva condotto alla consapevolezza. Viveva giorno per giorno, spesso in preda all'infelicità e a volte della beatitudine, come se ogni giorno fosse l'ultimo."

Scandagliando le righe di Stivali di gomma svedesi, risulta difficile capire se a “parlare” sia Fredrik Welin o Henning Mankell:

“In quel momento compresi di aver perso davvero tutto.

Dei miei settant’anni di vita non era rimasto niente.

Non avevo nulla.”

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